28 aprile 2014

Parliamo di musica - Leave's Eyes

I Leave’s Eyes è una band europea che nasce nel 2004. E’ un gruppo per alcuni versi mistico, con un alone di mistero e anche retrò, le loro tematiche trattano leggende europee e cultura celtica. Per questo motivo il loro genere viene definito “symphonic metal”. In molti non hanno approvato questa definizione perché per alcuni versi possono essere anche una band “viking metal” ma è errato perché, nonostante la potenza e il suono della batteria e delle chitarre, vi sono elementi della cultura celtica e della cultura classica.
I Leave’s Eyes è un gruppo che mi ha colpito fin dall’inizio, ciò che mi ha colpito subito è stata la dolcezza, caratterizzata in modo particolare dalla voce di Liv Christine. Ascoltando “Into your light” o “For Amelie” si denota come questo gruppo riesca a modulare la dolcezza dei sentimenti e dell’amore, è un qualcosa di esplosivo a volte. Molto importante e molto forte è il loro legame con le radici nordiche, infatti è ciò che contraddistingue questo gruppo rispetto agli altri: se si pensa ai Within Temptation, la cultura celtica ha dettato una notevole influenza che ha denotato un genere metal differente e che sorprende sempre. I Leave’s Eyes hanno un modo tutto loro nell’esprimere le loro emozioni, infatti ascoltando “Legend Land” o “Vinland Saga” fanno proprie le leggende nordiche e sono loro a parlare. Nei primi album si denota molto la vena romantica, ma l’identità vera e propria della band arriva con l’ultimo album, “Njord”, in cui le leggende prendono vita insieme ai sentimenti, sentendosi partecipi di quegli eroi leggendari di cui narrano.

I Leave’s Eyes mi fanno sognare! Li amo proprio per questo. Inizialmente possono sembrare ripetitivi o noiosi, ma leggendo i testi si cambia opinione. Pezzi come “Take the devil in me” o “Return to life” sono un vero inno, una forza poderosa che trasmettono dolcezza, forza e anche sensazione di pace. Nonostante siano nati dall’unione di più band (Liv Christine viene dai Theatre of Tragedy, gli altri vengono dagli Atrocity), il loro connubio è azzeccato. Ed è proprio il caso di dirlo visto che Liv e Alexander Krull sono sposati.  Il loro sound si perfeziona nella voce soave di Liv, facendo largo uso del vibrato, spesso accompagnata dalla voce di Alexander Krull. Vi sono elementi classici e altri puramente metal. E’ una band che va ascoltata e riascoltata perché a primo impatto non possono piacere proprio per la loro particolarità.

Forse è proprio questa particolarità che mi colpisce. Mi sono stati consigliati da un’amica di penna (o meglio di tastiera!) e da lì non ne ho potuto più farne a meno! Mi colpisce soprattutto il modo in cui hanno messo da parte il lavoro svolto fino a quel momento con le altre band. Quando si suona uno stesso genere per anni si tende ad omologarsi ai canoni perdendo di fantasia. Loro hanno messo in gioco tutto perché potevano anche fallire nel progetto e credo che sia questo che me li fanno piacere tanto: il mettersi in gioco sempre. Credo che sia una cosa che molte band non fanno, dettate da etichette musicali, contratti, giri d’affari… non tutto è rose e fiori nella musica, le major dettano legge. Chissà forse anche i Leave’s Eyes saranno nel giro, ma ogni album è sempre una sorpresa, c’è sempre qualcosa di diverso! Ascoltateli, meritano!


Pezzi consigliati: “Into your light”, “Take the devil in me”, “My destiny”, “Return to life”, “tales of the sea mad”, “Skraelings”, “The dream”, “Legend Land” e “Elegy”.

16 aprile 2014

S1m0ne - La finzione è reale

Il cinema negli anni è mutato parecchio. È passato dall’essere la fabbrica dei sogni aalla fabbrica degli effetti digitali. Adesso abbiamo una visione diversa del cinema, scalpitiamo nel vedere a che punto la tecnologia ci possa mostrare il film. Quando penso a questo mi sento nostalgica. Con tutta questa tecnologia mi manca vedere un film in “vecchio stile”! Un film dove non c’è bisogno di un grande supporto tecnologico, nel quale regna la semplicità e l’arte. Non che non mi dispiaccia vedere i film moderni, anzi. Io non sono di materia e non posso esprimermi in giudizi prettamente tecnici, ma sento questa mancanza. Alcuni film sono di grande impatto visivo, la tecnologia dà un grande contributo nella regia. Però non posso non dire che tutto ciò è altamente bello! Se ci fate caso adesso il film d’azione si vede almeno in 3D, i kolossal arrivano a costare più di un mutuo trentennale per l’apporto tecnologico, siamo diventati schifiltosi se gli effetti speciali non sono di un certo tipo. A pensare che tutto ciò è solo fantasia…

Oggi vi parlo di un film particolare, che ha fatto molto discutere: “S1m0ne”, scritto, diretto e prodotto da Andrew Niccol nel 2002. Al Pacino, il protagonista del film, è come sempre all’altezza delle situazioni. Ha saputo, con la sua grande maestria, interpretare il ruolo di Viktor Taransky dimostrando il lato oscuro di Hollywood. Un regista al lastrico, che vuol dare filo da torcere a chi lo ha dato a lui mediante la finzione. Ecco, è proprio questo il punto nevralgico della situazione, la finzione! La finzione del cinema investe anche gli attori, la loro vita. Tutti vogliamo sapere (chi più e chi meno) se quell’attrice è sposata con quell’attore, se sia impegnato socialmente, se sia uno sventurata, vogliamo sapere tutto sulla nostra beniamina preferita. Allora si scatena tutto il giro dello show business, si muove un circolo (o circo?) decisamente assurdo. Ma nella realtà tutto ciò è davvero come ci appare? Esiste realmente, è in carne e ossa così come lo vediamo? O la celluloide ha colpito anche l’esterno? Il film ruota tutto intorno a questa domanda. Fin dove riusciamo a capire il confine tra realtà e finzione? Tutto ciò ci viene difficile, c’è un confine così sottile da non riuscire a distinguere realtà e finzione. E come facciamo a venirne fuori? Lo accettiamo oppure lo neghiamo? La risposta spetta solo a noi.
Qualche curiosità! L’attrice digitale che vediamo nel film, “Simone”, è un attrice in carne e ossa. E’ una modella canadese, tale Rachel Roberts, che ha lavorato per le major delle agenzie di moda e sfilato per Ralph Lauren, Victoria’s Secret, Gap, Bottega Veneta, Ferré e Sisley. Ha inoltre recitato in alcune puntate come guest star di “Ugly Betty”, “Numbers”, “Flashforward”, “Entourage” ed altri.


La trama: Viktor Taransky (Al Pacino) è un regista in crisi. Da anni fa film senza successo e ora è stato scaricato dal suo produttore/ex moglie Elaine (Catherine Keener). In questa situazione viene avvicinato da un informatico, tale Hank Aleno (Elias Koteas), che ha studiato una simulazione del tutto originale. Il destino vuole che Hank muoia e che lasci in eredità proprio a Viktor questa simulazione: è così che nasce Simone (Rachel Roberts), abbreviazione di Simulation One. Inizia così il successo di Viktor! Tutti diventano pazzi per Simone, diventa un fenomeno mondiale. Ma nessuno si accorge che è digitale. E più va avanti la finzione e più aumenta la sua notorietà. Ma fin dove Viktor è disposto a spingersi? Tutto ciò può rivoltarsi contro di lui in ogni momento ma Viktor continua…

8 aprile 2014

The good girl - Routine o libertà assoluta?

La vita è complessa. Ci pone degli ostacoli che possono sembrare insormontabili. A volte la nostra stessa vita, quella che abbiamo voluto e desiderato tanto, quella per cui abbiamo lavorato, può sembrarci una prigione. O forse siamo noi a rendere la nostra vita una prigione. A volte facciamo scelte sbagliate oppure commettiamo azioni di cui ci rendiamo conto solo dopo del loro peso. E se ci trovassimo di fronte un bivio e non sapessimo che direzione prendere? Se avessimo di fronte la scelta della vita che potremmo avere e la scelta di continuare la vita che si sta conducendo fino a quel momento, che cosa sceglieremmo? A volte le decisioni più ovvie sono quelle più difficili da prendere.

Questo è il tema del film di oggi “The good girl” del 2002 di Miguel Arteta. Un film drammatico, intenso, in cui non ci si può non immedesimare in alcune parti. Questa insolita commedia a sfondo drammatico, è interpretata da una Jennifer Aniston insolita, innovativa nel ruolo di Justine. Chi è Justine? E’, donna trentenne che ha già alle spalle un matrimonio difficile per la mancanza di dialogo con il marito Phil, un desiderio di maternità che non riesce a realizzare, ponendola così davanti ad una crisi esistenziale. E proprio in questa crisi smette di essere “la brava ragazza” che tutti le riconoscono. Rompe i suoi schemi, rompe la sua routine ma per cosa? Per l’ebbrezza della libertà di vivere alla giornata o per liberarsi dei problemi che sono per lei insormontabili? Non posso darvi la risposta perché svelerei tutto il film. Ma posso dire questo: a volte, ciò che reputiamo noioso, stantio, troppo ordinario non è poi così sbagliato. A volte la vita che vorremmo non coincide con quella che viviamo, perché abbiamo in testa davvero un film. Arriva la realtà che muta questo aspetto e allora vediamo tutto da un’altra prospettiva. Più traumatico è accettare questa nuova prospettiva, possiamo accettarla inizialmente ma viverla e, quindi accettarla in pieno, è più complesso. Non è semplice vivere l’ordinario. Come non è semplice vivere perennemente nella fantasia. Holden, il personaggio cooprotagonista interpretato da un bravo Jake Gyllenhaal, non accetta la realtà. E’ un bambino nel corpo di un adulto, che vede Justine come donna della sua vita ma anche la donna che può curarlo, accudirlo, capirlo. Ha creato un mondo fantastico a tal punto da rifiutarsi di vivere nella realtà, e chi non accetta questo suo mondo lo reputa un nemico, un qualcuno cui trasmettere la propria rabbia e frustrazione.

La trama: Justine (Jennifer Aniston) è una donna trentenne, sposata con Phil (John C. Reilly) e lavora in un grande magazzino. La donna è in un momento particolare, comincia a non sopportare la sua routine. Gran parte della responsabilità la dà a Phil, che reputa colpevole di non riuscire a metterla incinta perché passa il tempo con l’amico Bubba (Tim Blake) a bere birra e a fumare spinelli. Tutto diventa inaspettato con l’arrivo di Thomas Worther detto Holden (Jake Gyllenhaal), come l’eroe del suo libro preferito che si porta sempre dietro. Holden ha un debole per Justine che non esita a mostrare. Justine va in crisi quando Holden si dichiara a lei e la sua amica e collega muore improvvisamente per aver mangiato delle more. Justine comincerà a rompere gli schemi, a non essere più “la brava ragazza” che tutti reputano che lei sia. Ma ciò fin dove la porterà? E’ davvero ciò che vuole? 

1 aprile 2014

Parliamo di musica - Il Gothic Metal

Il “Gothic Metal” rappresenta uno di quei generi che abbraccia moltissimo l’espressione del pensiero per quanto riguarda il considerare sé stessi. Genere che affonda le radici nel “Goth Rock”, è di origine scandinava e ciò è una delle caratteristiche più incisive. Questo non è un genere qualunque perché i vari artisti hanno portato un contributo del tutto personale, dando quel tocco in più che lo rende ancora più particolare. I pionieri del genere sono stati i Paradise Lost che con l’album “Lost Paradise” (e successivamente l’album “Gothic”), negli anni ‘90 hanno portato una vera e propria novità che ha coinvolto non solo le sonorità del “Doom Metal” ma ha rivoluzionato il panorama dell’epoca. E’ necessario parlare dei Type O Negative. Anche se per molti versi il loro sound si avvicina a quello dei Black Sabbath (è la loro band di ispirazione), la band ha rivoluzionato il “Gothic Metal” con la voce carismatica, profonda e cavernosa di Peter Steele, scomparso nell’aprile del 2010 dettando, così, lo scioglimento del gruppo. Le tematiche provocatorie e spesso ipnotiche, tristi, con lo spettro della morte dietro l’angolo e la lussuria onnipresente, ha portato un elemento che le band a venire ne hanno tenuto conto, ed è stato un’ulteriore ispirazione.
Il “Gothic Metal” o “Gothic” non è un genere per tutti perché non può piacere a primo impatto. Le sue tematiche, i suoi suoni lo rendono davvero unico e inconfondibile, nonostante vi sia la presenza e l’influenza delle “darkband. Le tematiche sono prese soprattutto dalla poesia cimiteriale inglese, la letteratura gotica del Settecento. Per intenderci, quella letteratura che nei propri romanzi parla della ricerca del sublime per far provare al lettore un piacere intenso nel leggere quelle storie, oltre a composizioni vere e proprie dei musicisti di versi incantevoli e aulici. Per me questa è una caratteristica che esprime non solo un pensiero ma soprattutto la personalità che è insita in ogni artista e in ogni musicista. Questo è un genere molto frammentato perché ci sono band che hanno accettato questa “etichetta” (anche se sarebbe improprio parlare di etichetta) di “Gothic band”, mentre altre non l’hanno accettata. E come non considerare ciò come un’espressione della propria personalità, cercare di farla considerare come unica nel suo genere e che non ha alcun bisogno di essere etichettata. Le etichette… è inevitabile, tutti quanti le mettiamo in tutto e in tutti.  Più le odiamo e più le usiamo, è inutile negarlo. Non si è mai liberi del tutto perché c’è sempre qualcosa che vorremo definire, dare un nome. In questo momento vi potreste ribellare a ciò che sto dicendo, disdegnate il mio discorso, non lo condividete. Ancora una volta vi invito a riflettere: non c’è stato un momento nella vostra vita in cui avreste voluto imporvi sulla scena? E nel modo di ribellarvi non c’è stato il pericolo di cadere nella definizione di uno stereotipo? Ho fatto mia la definizione di individuo della Psicologia, che credo che tutti dovremmo tenere a mente: “gli individui sono unici nel loro genere, non esiste al mondo un individuo uguale ad un altro”. Questa è per me la spiegazione di affermazione della personalità che si addice moltissimo alla definizione di questo genere.  Io lo adoro proprio per questo, è un’espressione veramente unica nel suo genere.

Ritornando al discorso, tra le sue caratteristiche musicali si ritrovano innanzitutto l’atmosfera che viene fatta dalle tastiere (peculiarità del genere) e le voci femminili. Per quanto riguarda le voci va fatto un discorso a parte perché ritroviamo la cosiddetta tecnica de “la bella e la bestia” introdotta dai Cradle of Filth e anche dai Theatre of Tragedy: voce pulita a tratti lirica femminile con lo scream, il growl maschile, spesso anche baritono. La voce femminile è piuttosto preminente, infatti la ritroviamo in quasi tutte le “Gothic” band e sono accompagnate da possenti e profonde voci maschili (ad esempio i Tristania). Va citato, inoltre, la tecnica diatatonica, tipica di band come i Leave’s Eyes, che prevede una voce femminile soffusa e delicata con la potenza del vibrato. Prima dicevo che ogni band ha portato un suo contributo: bisogna tenere conto il luogo di provenienza delle band perché il loro bagaglio culturale ha fatto un tutt’uno con questa musica. Tra le band che vengono più ricordate e citate per importanza e per sound ritroviamo: i Within Temptation (di origine olandese), la loro particolarità sta nell’aver messo insieme la tradizionale musica celtica con canti gregoriani, tirando fuori un mix chiamato “Symphonic”, i loro sono temi che prendono spunto dalla tradizione celtica. I Tristania (di origine norvegese), la loro particolarità sta nella voce femminile lirica e la voce maschile che in un primo tempo si alternava nel growl, nel pulito e nel lirico con accenni a canti gregoriani. Dopo l’addio di Morten Veland le cose sono cambiate, specie con l’addio di Vibeke Stene, che ha dettato nella band un vero e proprio cambiamento, per alcuni aspetti, radicale.
I Nightwish (di origine finlandese) che hanno condiviso lo stesso destino dei Tristania dopo l’abbandono di Tarja Turunen dal gruppo (accusatisi poi vicendevolmente della rottura via web), lasciando, così, il loro sound lirico – sinfonico e si sono buttati in un sound più rock con Annette Olzon, cosa che molti dei fan non hanno gradito. Recentemente, anche la Olzon ha detto addio alla band. Non ci resta che aspettare la nuova vocalist! Gli HIM (di origine finlandese) vanno citati per le loro tematiche bellissime sull’amore, infatti il loro stile è stato definito come “Love Metal”. Ora si sono allontanati parecchio dagli inizi, infatti è più un pop rock. I conterranei Lacuna Coil che hanno voce femminile e maschile pulite ed hanno riscosso un notevole successo sia in Europa che in Italia, ma il successo vero e proprio risiede negli Stati Uniti. Gli Evanescence (di origine statunitense), che hanno creato diversi problemi nella loro definizione e per molti aspetti si ispirano ai Lacuna Coil. Per alcuni versi sono “Gothic rock” per altri “Gothic Metal”, anche se la frontwoman Amy Lee ha ammesso che sono “Gothic Metal”.


Ci sarebbero ulteriori band da citare come gli Epica, i Leave’s Eyes, Theatre of Tragedy, i Cadaveria, Cradle of Filth, Moonspell, Sirenia, Paradise Lost, My Dying Bride, ecc. Da ricordare il filo conduttore con il “Black Metal” che, di recente, ha rappresentato un’ulteriore evoluzione del genere.

8 marzo 2014

Letture Pesanti - Bruciata viva, vittima delle leggi degli uomini - Suad

“… Al mio paese nascere donna è una maledizione …”
Libro che mi ha colpito molto per la storia cruda e orribile di questa donna, è fonte di forte riflessione. E’ un libro che deve essere letto non solo per sapere e capire le condizioni in cui vivono le donne del Medio Oriente ma è anche la scoperta di una cultura diversa dalla nostra, una cultura incentrata su un senso della famiglia molto diverso dal nostro. E’ un mondo in cui le tradizioni hanno il sopravvento su tutto e sopravvivono sul nuovo, anche se è vero che vengono riprese per spiegare certe consuetudini, modi di fare e di pensare. 

E’ una storia vera di una ragazza, il cui nome è lo pseudonimo di Suad per motivi di protezione, infatti le ragazze e le donne sopravvissute dalla condanna a morte dettata dalla famiglia vengono inserite in un programma “protezione testimoni”, dato che ci sono stati casi in cui le hanno rintracciate e le hanno uccise. Suad è stata condannata a morte dalla famiglia perché era rimasta incinta al di fuori del matrimonio, il padre del bambino era l’uomo di cui si era innamorata. Il carnefice è stato il cognato che ha tentato di ucciderla dandole fuoco con della benzina e Suad ha passato le pene dell’inferno in ospedale. Le donne sopravvissute al delitto d’onore vengono lasciate a loro stesse perché “tanto sarebbero morte per le ferite riportate”. Suad, in questo stato di salute, ha partorito il bambino e nemmeno se n’è accorta tanto del dolore che stava provando per le ustioni riportate. Per portarla via, la fondazione svizzera SURGIR (che si prende cura di queste donne) ha dovuto mentire alla famiglia, utilizzando come scusa quella di farla morire da un’altra parte. Da qui inizia la rinascita di Suad: viene adottata con il suo bambino da una famiglia europea, finalmente è libera di essere sé stessa e non deve avere paura di ciò che fa, si sposa con un altro uomo che ama ma la paura di essere abbandonata è sempre alta. Nonostante sia analfabeta ha trovato lavoro, ha avuto altri figli oltre al figlio che, ingiustamente, è stato causa della sua condanna a morte. Il suo essere sfigurata la fa vivere in un costante senso di vergogna perché le cicatrici delle ustioni l’hanno talmente sfigurata che anche d’estate deve girare coperta. E’ una sofferenza continua che le crea molto disagio con gli altri.

E’ un libro che io consiglio di leggere a molte mie coetanee (ho 24 anni), ma anche alle loro madri, zie, cugine, sorelle e amiche. Io da molti anni a questa parte la festa della donna ha cominciato a darmi fastidio anche se, essenzialmente, non capivo il perché avessi cominciato a nutrire questo risentimento. Quando ho letto questo libro mi è parso chiaro il perché: la donna, a furia di ribadire le pari opportunità ha perso di vista il motivo della sua battaglia. Ribadire le pari opportunità serve per avere la giustificazione di comportarsi come un uomo, non stare al suo livello e dimostrarsi capace nel lavoro come un uomo. Si è perso di vista il significato vero di pari opportunità, di donna, di femminilità. E’ vero che c’entra moltissimo l’immagine che si dà alla donna, la perfetta bambolina tutta corpo mozzafiato e senza cervello, una donna che deve mostrarsi. Io mi sono chiesta perché.

Perché dobbiamo mostrarci e non dimostrare? La donna è molto giudicata nel suo mostrarsi perché se non rispetta determinati canoni di bellezza e di portamento sono due le etichette che le si danno: la zitella e la puttana. Essere donna è essere libere, essere sé stesse anche se si è madri, zie, casalinghe, lavoratrici. Pari opportunità significa non solo di avere gli stessi diritti e opportunità dell’uomo ma anche dimostrare che la donna va oltre ai soliti stereotipi, non è solo angelo del focolare. C’è un detto famoso che recita “Quando si dice donna si dice danno”: è vero perché danno la vita, l’amore, una spalla forte per sopportare pesi più pressanti dei suoi. A volte la donna piange ma non è debolezza è sfogo, una valvola che permette di sopravvivere e andare avanti. Essere donne è meraviglioso, dobbiamo imparare a sapere, e a ricordarci soprattutto, quanto valiamo. Ognuna deve dimostrare che è stupenda, che le difficoltà passano perché siamo noi le vere forti per natura!


N.B. SURGIR è una fondazione svizzera rivolta alle donne e ai bambini di tutto il mondo, che sono vittime di crimini senza senso, giustificate da tradizioni sempre più insensate. Combatte da molto tempo contro l’ingiustizia che queste donne subiscono. Se ne volete sapere di più potete andare sul sito www.surgir.ch  

3 marzo 2014

Parliamo di Musica - Sisters of Mercy

Oggi riprendo a parlare di musica terminando il mio piccolo viaggio sui gruppi esponenti del dark rock. Vi parlo dei Sisters of Mercy.
I Sisters of Mercy si affacciano sul panorama musicale anni’80 divenendo un’icona del dark rock. I loro brani, insieme a quelli dei Bauhaus, sono stati quelli di maggior punta nelle discoteche dark. Era impossibile non rimanere immobili ai suoni sbarazzini e trascinanti. La band ha subìto diversi cambiamenti, l’unico membro rimasto è stato il solo cantante Andrew Eldricht insieme alla drum machine, la quale è divenuta a sua volta membro con il nome di Doktor Avalanche. I Sisters of Mercy sono stati tra i primi gruppi ad usare la drum machine, è la loro particolarità. Nonostante tutti i problemi e tutti i membri che si sono succeduti nei Sisters, la band, a partire dalla metà degli anni ‘90, non ha più pubblicato alcun album. Questo è dovuto al fatto che i Sisters si sono affermati come band indipendente, non hanno più sottoscritto alcun contratto con le major per protesta contro l’operato della casa discografica alla quale appartenevano. Nei concerti, ultimamente stanno presentando molti inediti, infatti potete trovare tra le nuove edizioni dei loro album dei live, che sono raccolte dei loro brani nuovi presentati ai live.

Dopo aver dato queste notizie, passiamo ad aspetti più importanti. I Sisters nascono come band post – punk, come il dark rock del resto. Sono molto importanti per le band a venire, nonostante siano rimasti nella nicchia dell’underground, hanno gettato le basi del Goth. La voce di Andrew è proprio la tipica voce dark maschile, cavernosa e profonda, melodica e ipnotizzante, che trascina. Come non rimanere inerti di fronte al vortice di “Temple of Love” o “More” o l’ipnotizzante “Marian”. 
I Sisters non si soffermano tanto su un solo tema, anche se ritroviamo sempre l’amore, ma ritroviamo la riflessione su se stessi come “I was wrong”. Ritroviamo temi onirici, come “Neverland”, “Lucretia, my reflection, “Alice” e tante altre. Anche se non hanno più pubblicato album, i nuovi pezzi live sono davvero unici, non solo per presentazione ma anche per il filone che i Sisters hanno sempre seguito.

Sui Sisters of Mercy purtroppo non c’è molto da dire. C’è da dire che vanno citati e non solo nel panorama dark. Vanno ascoltati e riascoltati, non sempre piacciono al primo impatto. Ascoltate i brani come quelli che ho citato, insieme a “Heartland”, “Body electric” e l’album “First and last and always”. Per i pezzi live vi consiglio la raccolta “Bootlegi”.


Qui chiudo il dark rock. La prossima volta ritornerò con il metal goth o gothic. Alla prossima!

24 febbraio 2014

La madre - L'amore di una madre è per sempre

Oggi ritorno con un nuovo film horror. Il film di oggi è piuttosto recente e mi è davvero piaciuto. “La madre” è il lungometraggio del corto “Mamà” di Andy Muschietti, uscito nel 2008. Il film è del 2013 ed è prodotto da Guillermo del Toro
Ma, se devo dirla tutta, il film in alcuni punti più che horror è drammatico. La storia è davvero commovente e forte, mancavano storie del genere nel panorama horror. E’ una storia profonda in cui l’amore sopravvive in un modo straordinario ma non come ce l’aspettiamo. Un amore corrotto dal tempo e dal dolore, dall’odio … un amore amaro, un’ombra rispetto a quello che era un tempo. Erano anni che non si vedeva un horror simile. Dovete sapere che gli horror di un tempo non facevano paura per le scene paurose o terrificanti. È vero che confrontando i film di oggi e i film di ieri gli effetti speciali sono cambiati tanto, alcuni possono anche far ridere e altri sono decisamente splatter. Ciò che mancava nel panorama odierno erano proprio le storie nei film horror. Infatti i vecchi film erano un racconto spaventoso, non tanto per gli effetti, ma per le storie che raccontavano. Pensiamo a “Suspiria” o “Profondo rosso: è la storia a far paura più che gli effetti speciali. Le scene forti ci sono, la presenza del fantasma è palpabile e lo spettatore quasi non vuole vedere questa presenza orrenda. Gli effetto speciali sono ben usati e mai banali, la renderizzazione del fantasma della madre è davvero fatta bene. Gli attori Jessica Chastain e Nikolaj Coster – Waldau (“Il trono di spade”), sebbene abbiano mai fatto film horror, sono stati adatti. Jessica Chastain (“The tree of life”, “Dark shadow”) è stata una rivelazione, è stato interessante scoprire la versatilità di questa attrice. Lo consiglio vivamente! 
La trama: Jeffrey (Nikolay Coster - Waldau) ha appena ucciso la moglie e il socio in affari, compiendo una strage nell’azienda presso la quale lavorava con la moglie. Ritorna a casa e prende le sue figlie, Victoria e Lily (Megan Charpentier, Isabelle Nèlisse), fuggendo senza una meta. Nella fuga ha un incidente e finisce fuori strada, più specificatamente in un bosco. L’uomo con le piccole trova una baracca per ripararsi e, una volta dentro, decide di uccidere le figlie. Poco prima di sparare, Jeffrey viene aggredito e ucciso da una strana figura per salvare Victoria e Lily. Da questo evento passano cinque anni e Luke (sempre Nikolay Coster - Waldau), fratello gemello di Jeffrey, cerca ancora disperatamente le due bambine. Annabel (Jessica Chastain), la compagna di Luke, è piuttosto titubante riguardo la ricerca che reputa impossibile; d’altronde se ciò fa stare meglio Luke lo appoggia incondizionatamente. Il colpo di scena arriva quando i due uomini che Luke aveva assunto trovano la baracca e le due bambine in uno stato selvaggio – animalesco. Da qui iniziano i problemi ma con un grande interrogativo: come hanno fatto Victoria e Lily a sopravvivere da sole nel bosco per cinque anni? Il dottor Dreyfuss (Daniel Kash) cerca di scoprirlo, vuole scoprire chi è la figura che le piccole invocano continuamente con il nome di “Madre”.

Non aggiungo nient’altro, vi rovinerei la bellezza dei colpi di scena!